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Abbasso la pesca

Benvenuto nel santuario Ligure dei cetacei

Le sezioni liguri dell’ENPA sono state le prime, e per lungo tempo sole, a combattere la pesca con le famigerate spadare e a gettare le basi per ottenerne, anche con i primi ricorsi al TAR ed al Consiglio di Stato del 1991, campagne e convegni (Sanremo 1990) di sensibilizzazione, la successiva e parziale sospensione e la costituzione del Santuario dei cetacei del Mar Ligure.
Solo dopo, come spesso accade, molte associazioni si unirono al “carro del vincitore”, apparendo poi le uniche artefici della battaglia e raccogliendo stima ed aiuti.
Ed anche il whalewatching, da noi promosso per primi, è praticato da imprese che collaborano soltanto con famose e ricche associazioni ambientaliste.


Ma per il Santuario ed i suoi abitanti c’è ancora molto da fare.
La riserva rimane soltanto sulla carta e quasi nulla è stato fatto per balene, stenelle, globicefali, zifi, grampi, delfini e capodogli che la popolano; molto peggio stanno i pesci, massacrati da un pesca professionale selvaggia ed ipertecnologica, da una pesca sportiva intensa ed immotivata e da migliaia di “raccoglitori” che a riva spazzano via tutto ciò che si muove; anche i grandi e innocui pesci, come lo squalo volpe, il pesce luna e lo squalo elefante (nella foto) diventano tristi trofei nelle fotografie dei giornali.

ENPA Ti invita a NON PESCARE O RACCOGLIERE NULLA, RISPETTARE OGNI FORMA DI VITA MARINA, IMMERGERTI SOLO CON MASCHERA E BOCCAGLIO.

E se fai whalewatching, segui le norme di comportamento allegate. Grazie!

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Per osservare i cetacei senza danneggiarli

Fauna marina minore

Ogni estate, lungo gli ottanta chilometri di costa della provincia di Savona, migliaia di pescatori subacquei o con canne e attrezzi vari o raccoglitori con coltelli e fiocine, uccidono circa 12 milioni di esemplari di fauna marina minore (ricci, granchi, mitili, pesci, molluschi).

In molti mari tropicali è proibita ogni forma di prelievo ed i turisti accorrono per osservare gli animali, che si lasciano avvicinare senza paura.



ENPA Ti invita a:

NON PESCARE O RACCOGLIERE NULLA,

RISPETTARE OGNI FORMA DI VITA MARINA,

IMMERGERTI SOLO CON MASCHERA E BOCCAGLIO.

Indagine statistica sulle attività di prelievo estivo della fauna marina costiera della PROVINCIA DI SAVONA.

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Fauna marina minore e statistiche




Recuperiamo le reti da pesca abbandonate

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UNEP REGIONAL SEAS REPORTS AND STUDIES
La paura e il dolore di un pesce preso all'amo
Da LA STAMPA TUTTOSCIENZE del 3 Giugno 1987, di Bruno D'Unine

Fisiologi dell’Università di Utrech smentiscono il luogo comune secondo cui i pesci non soffrono.

Nel porsi come dominatore del mondo animale l’uomo infligge spesso dolore fisico alle diverse specie, a vario titolo, e crea situazioni di paura negli animali con cui interagisce. La condizione di paura è oggettivamente una condizione di sofferenza e va quindi seriamente considerata in un discorso etico sulla sperimentazione sugli animali o sulle altre attività umane che possono indurre questa condizione.
Una definizione della condizione di paura può essere questa: una situazione che viene sollecitata da stimoli specifici che in natura dà normalmente luogo a un comportamento di fuga o di difesa.
Gli animali imparano a temere certe situazioni come risultato del dolore o dello stress sperimentato e possono quindi cercare di sottrarvisi o di evitarle. La condizione di paura si accompagna nell’uomo e negli animali a marcate alterazioni fisiologiche.
Il battito cardiaco tende ad aumentare e di conseguenza il ritmo circolatorio: molti neuromediatori vengono a più livelli coinvolti e provocano numerose alterazioni metaboliche.
Gli animali possono mostrare diversi segni caratteristici di paura e di volta in volta possiamo osservare l’emissione di segnali d’allarme, pilo-erezione, espressioni facciali di paura. Possono comparire risposte stereotipate o altre che implicano fuga, aggressività, immobilità fino alla simulazione della morte. I giovani gabbiani, ad esempio, scelgono quest’ultima strategia quando sono minacciati e impauriti. Corrono al coperto e si fingono morti finché non odono il richiamo di uno dei genitori. Animali cresciuti in isolamento mostrano con maggior frequenza segni di paura. I macachi, dopo sei mesi di isolamento, non sono più in grado di sviluppare un normale comportamento sociale e rimangono in una condizione costante di paura rispetto agli altri membri del gruppo. In generale la paura, estrema o prolungata, produce una condizione di stress o di alterata emozionalità che può portare a comportamenti anomali.
Ma quanta paura infligge l’uomo alle specie animali con cui interagisce e in quali circostanze? La paura è senza dubbio una delle emozioni basilari degli animali. Mentre possiamo legittimamente ipotizzare che gli esseri umani abbiano emozioni che virtualmente corrispondono a ogni genere di situazioni, gli animali hanno probabilmente solo emozioni che si riferiscono a problemi essenziali per la loro sopravvivenza e per quali esiste una forte pressione adattativa. La paura può infatti stimolare meccanismi di fuga e quindi aiutare l’animale a sottrarsi al pericolo e salvare la vita. Molto lavoro è stato svolto sulle condizioni fisiologiche ed emozionali di paura. La condizione di paura è infatti forse l’unica situazione emozionale ben definita in sé e tra le poche in cui gradualmente si sta giungendo a una progressiva comprensione dei meccanismi fisiologici che la sottendono. Un lavoro recente di un gruppo di fisiologi comparati dell’Università di Utrecht richiama la nostra attenzione su una attività umana a carattere sportivo e utilitaristico allo stesso tempo che può provocare sofferenza e paura negli animali che vi sono, loro malgrado, coinvolti.
L’ attività presa in considerazione è generalmente classificata tra le più innocenti, atta a ricreare il fisico e lo spirito di chi la pratica: la pesca sportiva. Il progetto è stato finanziato dalla Società Olandese per la protezione degli animali, il Ministero per l’Agricoltura e Foreste e la Società per la pesca sportiva, che apparentemente sperava in una conferma del luogo comune secondo il quale i pesci non soffrono e non provano paura quando sono agganciati all’amo ma semplicemente prendono una buona boccata d’ossigeno e finiscono di buon grado nel paniere dei pescatori. Soggetti dell’esperimento sono state le carpe di un anno di età e di una lunghezza media di tredici centimetri.
I pesci erano tenuti in acquari. Gli sperimentatori lasciavano gli ami con l’esca attaccata e valutavano il comportamento del pesce che abboccava.
I pesci agganciati all’amo mostravano palesi segni di sofferenza anche quando il filo era lasciato allentato. Il pesce si muoveva repentinamente, cercava di andare più a fondo, scuoteva la testa come per espellere del cibo non gradito. Quando il filo veniva invece tenuto teso, la carpa mostrava un comportamento che veniva definito “spitgas”, tendeva cioè ad espellere la miscela gassosa nella vescica natatoria.
I pesci che possiedono questo organo regolano la loro profondità di immersione dosando la quantità di gas che trattengono in questa vescica.
Quando infine, dopo aver tenuto teso il filo, i ricercatori lo rallentavano, la carpa tendeva a cadere verso il fondo dell’acquario perché nella fase dello stress aveva espulso la maggior parte della miscela gassosa contenuta nella vescica e non riusciva più a compensare. La carpa cercava di mettere in atto meccanismi sostitutivi alla regolazione del contenuto gassoso della vescica natatoria arcuando il corpo e facendo movimenti all’indietro, sostenuti dal movimento delle pinne pettorali, mentre il corpo veniva inclinato in avanti. Quando invece lo sperimentatore non applicava nessuna tensione al filo, la carpa, una volta uncinata all’amo, si muoveva avanti e indietro, scuoteva la testa ma non espelleva la miscela gassosa della vescica natatoria.
In altri esperimenti i ricercatori riuscirono a riprodurre queste due situazioni con altri mezzi, a conferma dei meccanismi fisiologici. Confinando le carpe in piccole vasche o aggiungendo all’acqua dei feromoni - i mediatori chimici solubili nell’acqua, emessi in associazione con situazioni di stress o di sofferenza e atti a informare gli altri membri del gruppo dell’incombente pericolo - si vide che il pesce, pur non essendo sottoposto al dolore causato dall’amo, manifestava i segni e le reazioni fisiologiche in associazione con la condizione di paura. In pratica si osservò che mentre l’aggancio all’amo produceva i movimenti di avanti-indietro, di immersione, di scuotimento del capo, ma non l’eliminazione della miscela gassosa contenuta nella vescica natatoria, la costrizione e la presenza di feromoni d’allarme provocavano lo svuotamento della vescica e il pesce piombava sul fondo della vasca, incapace a compensare.
Un altro esperimento venne condotto per distinguere ancora meglio dolore fisico, paura e i modelli di comportamento associati a questi due fenomeni. Con elettrodi impiantati nell’arco superiore del palato si provocava una stimolazione d’intensità crescente. A bassi livelli di stimolo le carpe scuotevano il capo e si muovevano avanti e indietro. A livelli più alti iniziavano a saltare e dopo alcuni minuti di trattamento più intenso si verificava l’espulsione della miscela gassosa della vescica natatoria e la conseguente incapacità a regolare la profondità, così che le carpe cadevano sul fondo delle vasche. Questo esperimento costituiva la prova che il ritardo tra la stimolazione dolorosa di più alta intensità e l’espulsione della miscela gassosa della vescica natatoria era probabilmente dovuto a una progressiva sequenza di processi fisiologici e biochimici associati con la condizione di paura. La conclusione a cui i fisiologi olandesi sono giunti è che il dolore che deriva dall’essere agganciato all’amo contribuisce alla sofferenza del pesce meno della condizione di paura in cui il soggetto viene a trovarsi.
Ritornando ad aspetti più generali, sappiamo che nella maggior parte degli organismi provvisti di sistema nervoso centrale la risposta individuale a stimoli provenienti dell’ambiente dipende dalle caratteristiche specifiche di quel sistema nervoso, dalle esperienze e dagli apprendimenti precedenti dai tipi di stimoli con cui viene a contatto il soggetto. L’accuratezza della ricerca e la simpatetica attenzione per la sofferenza negli animali presente nei ricercatori mettono in evidenza una distinzione importante e necessaria nei nostri rapporti con gli animali tra i livelli di dolore e di paura che possiamo occasionalmente infliggere.
Questa descrizione strettamente fisiologica della condizione di paura nelle carpe deve rafforzare la nostra attenzione nei rapporti con le specie. Mettere un animale in una condizione inevitabile di paura può essere altrettanto crudele che infliggergli un dolore fisico. Saper distinguere anche fisiologicamente tra queste due condizioni apre un ulteriore spazio etico nella discussione sul dominio umano sulle specie. Le sanzioni morali e le leggi deliberate dell’uomo sono severe per chi costringe altri individui in una condizione di paura. Ma quanto lo sono per chi pone in questa condizione soggetti non appartenenti alla nostra specie ma da essa non troppo distanti per le caratteristiche dei loro sistemi nervosi centrali che li abilitano a percepire molto di quanto anche noi sentiamo?
No alle "fabbriche di pesci" nel mar ligure!
no alla maricoltura nel santuario dei cetacei!

Sono grandi gabbie calate in mare, a poca distanza dalla costa, nelle quali vengono allevati migliaia di pesci (di solito ORATE, SARAGHI, RICCIOLE e SPIGOLE); a fronte di pochi posti di lavoro causano enormi problemi ecologici e, per questo, vengono progressivamente dismesse ed abbandonate in ogni parte del mondo.

Abbiamo da tempo consegnato al MINISTERO dell’AMBIENTE, alla REGIONE, alle PROVINCE, agli ENTI PARCO ed ai COMUNI interessati un DOSSIER di ANNE PLATT MCGINN, ricercatrice associata del WORLDWATCH INSTITUTE, in cui si avverte che:

  • Per ogni chilogrammo di pesce prodotto si sviluppa un uguale quantitativo di rifiuti organici (sostanze fecali e cibo non consumato o disperso), che possono provocare fenomeni di ipernutrizione con diffusione di “fiori” algali e fitte coltri di melma verde sulla superficie dell’acqua, che accelerano la crescita di batteri, esauriscono l’ossigeno e distruggono la maggior parte degli esseri viventi nelle acque sottostanti.

  • Allevare grandi quantità di pesci in ambienti ristretti sottopone gli animali a sofferenze e stress eccessivo, accrescendone la vulnerabilità alle epidemie, sia nell’allevamento stesso che nel mare circostante; i biologi marini hanno rilevato ben 50 malattie d’origine batterica e altri danni per la salute, che costringono alla somministrazione di antibiotici, vaccini e prodotti chimici, che si disperdono nel mare e vanno a decimare gli animali liberi (aragoste ed aringhe, ad esempio, ma nulla si sa delle conseguenze sugli altri pesci ed i cetacei).

  • Sono sempre possibili, e si sono verificate spesso, fughe di numerosi animali dalle gabbie, con squilibri biologici pesanti, che comportano spesso la scomparsa di specie autoctone.



Pronto soccorso veterinario

  • Per segnalare cani vaganti e gatti liberi feriti occorre telefonare al 112 e chiedere dell’operatore di turno del Servizio Veterinario.

  • Per uccelli o piccoli mammiferi feriti o in difficoltà telefonare al numero 345.6350596 dalle 9 alle 19.
    USARE QUESTO NUMERO SOLO ED ESCLUSIVAMENTE PER EMERGENZE DELLA FAUNA SELVATICA.

  • Per ritrovamenti di CINGHIALI CAPRIOLI E DAINI rivolgersi al 112 che fornirà a seconda della zona il numero degli operatori incaricati.

    In caso di problemi
    Ufficio Vigilanza caccia e pesca
    019.8313319 oppure centralino 019.83131 Tutte le mattine, pomeriggio martedì e giovedì dalle 15 alle 17.

  • Per qualsiasi altro problema o informazione rivolgersi alla sede Enpa aperta tutti i giorni, sabato compreso, dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19 al n.ro 019.824735, oppure inviate una mail a enpa.sv@libero.it.


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